Daniela Kon: “Noi documentaristi siamo uno strumento per il cambiamento”

VANESSA CROCINI DA LOS ANGELESDaniela Kon è una documentarista di Francoforte che, dopo molti anni vissuti a Londra, si è trasferita a Los Angeles per continuare il suo lavoro di filmmaker legato alla filantropia. Si interessa di paesi poveri in via di sviluppo, diritti umani e diritti Lgbt, condizioni di schiavitù moderna, diritti per l’infanzia e persino di sviluppo agricolo. Un lavoro che piano piano si è ampliato con la consulenza per le molte organizzazioni no profit con cui ha collaborato in India, Bangladesh, Israele, Tailandia, Cambogia, Liberia, Senegal e Stati Uniti. Presente nel settore da ben otto anni, la Kon ha all’attivo due documentari proiettati in tutto il mondo e che hanno generato campagne di sensibilizzazione, concretizzando un impatto educativo sul pubblico. Changing The World On Vacation e Talibe – The Least Favorite Children of Senegal sono lavori importanti e di sensibilizzazione che mostrano uno stile tutto particolare ma allo stesso tempo universale e profondo.

Da dove viene il tuo interesse per il documentario?
Quando avevo sei anni ho vinto una televisione ad una tombola e da allora sono diventata un’appassionata di programmi televisivi e film. Ho cercato di portare avanti questa passione studiando Media e Cultura all’università. Ho capito però, da subito, che il cinema di finzione non aveva abbastanza impatto politico rivoluzionario mentre i documentari erano degli ottimi veicoli per raccontare una storia di importanza sociale che educasse il pubblico. Volevo unire il mio indirizzo di studi ai miei interessi in una maniera utile alla società.

La tua prima esperienza di regia è stata a contatto con delle associazioni non profit.
Le prime volte non sapevo bene quello che stavo facendo ma ero curiosa, per cui la telecamera era più una scusa per andare in certi luoghi e intervistare certe persone. Il mio lavoro di regista è iniziato davvero nella fase di montaggio del mio primo film, Changing The World On Vacation. Stavo finendo la mia tesi, che riguardava la sostenibilità e le politiche di sviluppo nel turismo, ho seguito dei volontari nel loro viaggio in Cambogia, li ho intervistati e mi sono interessata al lavoro di alcune organizzazione no profit. Mentre giravo, mi sono resa conto che il film poteva davvero esporre un argomento importante.

Il tuo ultimo film, Talibe – The Least Favorite Children of Senegal, è sicuramente un esempio concreto di quello che ci hai appena spiegato.
E’ l’esempio di come adesso lavoro come filmmaker nei paesi in via di sviluppo. I Talibe sono circa cinquantamila bambini che abbandonano le famiglie per andare ad imparare il Corano a memoria. Quasi tutti vivono in condizione di povertà e schiavitù, vengono abusati dai loro maestri, a volte in maniera fatale. Non conoscevo i talibe nè la gravità della situazione e, una volta lì, ho filmato e fatto delle interviste; per fortuna il film è stato un ottimo strumento che ha permesso alla no profit Maison de la Gare di portare avanti una campagna di sensibilizzazione.

Il tuo concetto base quindi è documentario come strumento di impatto sociale.
I documentari devono essere rappresentazioni visuali e narrative responsabili, veicoli per le organizzazioni no profit che operano sul posto per farsi conoscere. Certe immagini di povertà e oppressione possono essere utilizzate per attuare un cambiamento: noi documentaristi siamo uno strumento a favore di tale cambiamento.

Quali sono le difficoltà di lavorare con una organizzazione no profit per un filmmaker?
Ci sono ancora determinati modelli che alcune no profit trovano adatti per poter far sì che la gente faccia loro delle donazioni, come puntare sul loro senso di colpa, sull’empatia per la povertà e l’emarginalizzazione. Penso che ciò abbia causato molti danni. Noi, come donatori, non possiamo salvare il mondo, ma possiamo essere dei personaggi di supporto, non gli eroi protagonisti. Purtroppo a volte le non profit devono in qualche modo compromettere qualcosa al fine di spiegare in maniera comprensibile quello che fanno per un pubblico generale. E nonostante gli intenti positivi, molto spesso non ci riescono.

Qual è stato il momento più incredibile che ti ha fatto capire l’importanza della tua missione?
Ho girato in una discarica in Cambogia, dove 1200 persone, tra le quali molti bambini, lavorano e vivono sul posto. Ero seguita da un gruppo di bambini, ho camminato su montagne di spazzatura, tra escrementi, siringhe, parti di corpi. L’apocalisse. Indossavo stivali, mentre i bambini erano scalzi, con cicatrici e segni di bruciature alle gambe e ai piedi. Ad un certo punto, come se fossi nelle sabbie mobili, sono stata inghiottita da quella valanga di rifiuti fino alle ginocchia. Ho cercato di risalire e questo bambino accanto a me mi guardava. Era scalzo. Non riesco a descrivere cosa ho provato: una sorta di disgusto e una consapevolezza della realtà. I bambini mi hanno poi accompagnato alle loro baracche, e dopo aver incontrato una donna incinta, ho pensato ‘Come possono certe donne mettere al mondo dei figli in queste condizioni?’. Poi mi sono voltata e ho visto una bambina in un’altra baracca, davanti ad una sorta di lavagna; scriveva delle parole in inglese che gli altri bambini intorno a lei ripetevano. Ho capito in quel momento che in ogni posto dove c’è distruzione, c’è vita. Certe condizioni di rinascita ci possono essere ovunque..

L’anno scorso hai creato i Social Impact Media Awards.
Si tratta di un concorso per documentari il cui fine è permettere ai filmmaker e alle organizzazioni no profit di farsi conoscere e mostrare le loro attività. L’anno scorso quattro italiani sono stati nominati: Paolo Patruno con il suo Birth is a Dream, un incredibile montaggio di foto e video che racconta la maternità in Africa; Il Pozzo: Voci d’Acqua dall’Etiopia di Paolo Barberi e Riccardo Russo che ha vinto il premio come migliore fotografia e miglior montaggio sonoro e (R)esistenza di Francesco Cavaliere, che ha ricevuto una menzione speciale.

Qual è il tuo documentario preferito?
Sono una grande fan di Nicolas Philibert. Ha un approccio verso i suoi soggetti che ha tutta una sua sensibilità e i suoi film sono un ottimo esempio di commento visuale della società. Uno dei suoi migliori film è sicuramente Essere e Avere.

TALIBE – The Least Favored Children Of Senegal (TRAILER) from DEEDA PRODUCTIONS on Vimeo.

Foto by V.C.

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