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#Review – “Zero Dark Thirty” manca il bersaglio?

Parlare di “Zero Dark Thirty“, il film di Kathryn Bigelow in lizza per 5 statuette il 24 febbraio prossimo alla Notte degli Oscar 2013, può essere rischioso. Anzitutto sarebbe il caso staccare il giudizio sull’opera, dalle proprie considerazioni storiche e politiche, per quanto possibile. Il tema è sicuramente scottante, la caccia decennale e la successiva uccisione di Osama Bin Laden. Gli eventi narrati dalla pellicola sono ancora freschissimi nella memoria di buona parte del pubblico, e questo può sicuramente influenzare il giudizio sul complesso del film.

Quale che sia la vostra opinione riguardo la guerra al terrorismo e gli eventi accaduti dall’11 settembre 2001 in poi, c’è comunque da dare merito a Kathryn Bigelow di essere riuscita a realizzare una pellicola molto personale, in cui soprattutto dal punto di vista tecnico emerge chiarissima la mano autoriale: certi tagli di inquadratura, un uso funzionale per comunicare col pubblico della profondità di campo, una fotografia volutamente sabbiata e spenta, rappresentano pienamente la regista e le sue intenzioni di empatia col pubblico.

Non possiamo inoltre non apprezzare come la seppur fitta quantità di avvenimenti e di dati documentali presenti nel film, come ricordato nell’occhiello dei titoli iniziali, che tanto scalpore ha destato in USA al punto da esporre autrice e presidenza Obama all’accusa, da parte di avversari politici, di aver arrischiato la sicurezza nazionale, siano esposti lucidamente e chiaramente per qualsiasi pubblico, tanto che le quasi tre ore della pellicola scorrono molto fluidamente, mentre l’eventuale mancanza di di un minimo di memoria storica da parte del pubblico non viene mai messa alla prova.

A tal proposito giudichiamo notevole l’equilibrio tra montaggio e sceneggiatura, che rende i tre atti della pellicola molto bilanciati oltre che scorrevoli. Eppure è proprio il secondo atto, quello che dovrebbe giustificare le azioni dell’Agente Maya – interpretata quasi con consunzione fisica dalla bellissima Jessica Chastain – a cedere. Dovremmo trovare giustificazioni per la sua ossessione di “uccidere Bin Laden” – uno dei titoli provvisori della pellicola era appunto “Kill Bin Laden“. Servirebbe spiegare compiutamente il motivo per il quale lei sola si incaponisce nella caccia, a differenza di tanti colleghi – ricordiamo tra i suoi superiori il mellifluo Kyle Chandler, attore che purtroppo nel genere drammatico risulta solo al livello macchiettistico. Il resto del cast fa la sua parte, compreso l’ambivalente Jason Clarke e il mediatore Mark Strong.

Quel che manca però è una costruzione vera della protagonista: non abbiamo il suo background, non abbiamo modo di saper nulla di lei e dei suoi perchè. L’unica misura che ci è concessa è quella della sua crescente ossessione per l’obiettivo da concludere ad ogni costo. Voler giustificare questa determinazione in base ad un avvenimento drammatico presente nel cuore della pellicola alla fine del primo atto ci pare francamente troppo semplicistico. Ridurre tutto il film ad una semplice vendetta personale per un avvenimento “minore” sarebbe offensivo per la Storia, ma anche per la storia di Maya. Nè la sua brava interprete merita tanto, nonostante la visione monodimensionale che ci viene concessa.

Ma questo è un gioco che la Bigelow pare approntare in tutto il film – forse furbescamente per non dover poi dover parlare di questioni politiche: ovvero di non porre motivazioni morali alle azioni degli interpreti. Gli attori agiscono senza soluzione di continuità, senza mai mostrare un dubbio o un cedimento, un assordante silenzio. Il che forse salva il film dalle possibili accuse di retorica pro-bellica. Però al tempo stesso questa carenza limita il respiro della pellicola ad una semplice narrazione di taluni eventi: ben costruita sicuramente, ma poco emotiva. Quanto sarebbe stato ancor più potente il terzo atto – un inciso, il volo notturno degli elicotteri stealth è una sequenza potentissima che resterà paradigma per qualsiasi film bellico a venire – se ci fosse stata data in dono una protagonista più dominata dalle emozioni fondamentali dell’animo umano, non solo da una lucida ossessione?

Dove “Argo” di Ben Affleck è riuscito quasi totalmente, ovvero donare spessore intimo ad un evento storico, per altro giocando sia sul piano della commedia che su quello del dramma, “Zero Dark Thirty” pur dovendo solo giocarsela sulla cronaca bellica non riesce a convincere. Si tratta di un ottimo film, che sa tenere sveglio il pubblico; sicuramente molto ben fatto, e che probabilmente otterrà almeno parte dei dovuti riconoscimenti il 24 febbraio prossimo. Eppure, non siamo spinti rivederlo una seconda volta, almeno non immediatamente.

Zero Dark Thirty di Kathryn Bigelow
Il semaforo di Velvet Cinema: Luce Gialla

(foto: kikapress)

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Redazione

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